Ci sono momenti in cui un’organizzazione continua a funzionare, ma qualcosa di più sottile si è già spento. Le persone fanno quello che devono fare, le riunioni si tengono, i progetti vanno avanti. Eppure, dentro, molti stanno trattenendo il fiato. Non perché non siano competenti, ma perché non si sentono più davvero al sicuro nel mostrarsi, nel dire ciò che sentono, nel portare se stessi dentro ciò che fanno.
Parlando spesso con le persone di confini relazionali e coinvolgimento, emerge frequentemente una semplice verità: le organizzazioni non soffrono tanto per mancanza di competenze, quanto per un impoverimento delle relazioni. Le persone non si spengono solo perché non sanno cosa fare, ma anche, ad esempio, perché non si sentono più viste, riconosciute, ascoltate. Così iniziano a dire “sì” senza crederci, a partecipare senza esserci davvero, a proteggersi invece di contribuire.

Questa è una delle radici profonde di ciò che oggi chiamiamo quiet quitting. Non è pigrizia. È una forma di autoprotezione. È un corpo e una mente che hanno capito che esporsi non è più sicuro, che consumare energia non è più conveniente, che mostrarsi per ciò che si è realmente comporta un costo troppo alto. Quando questo accade, l’organizzazione può anche continuare a produrre risultati nel breve termine, ma nel lungo periodo rischia di perdere qualcosa di molto più prezioso: la vitalità.
In alcuni casi si prova a risolvere questo problema formando le persone su temi quali motivazione, engagement, comunicazione, leadership. Ma spesso si rimane sul piano delle tecniche e dei comportamenti visibili, senza entrare nel luogo in cui tutto questo nasce: lo spazio relazionale ed emotivo in cui le persone vivono il loro lavoro. È lì che si decide se un “sì” è autentico o solo formale, se una riunione crea energia o la consuma, se una relazione “fa respirare” o meno.

Ogni relazione di lavoro è un campo di forze invisibili fatto di aspettative, paure, bisogni, desideri di riconoscimento e di appartenenza. Quando questi elementi non trovano spazio, il corpo inizia a segnalarlo: tensione, chiusura, stanchezza, distacco. Prima ancora che la mente costruisca spiegazioni razionali, il sistema nervoso sa se siamo in un luogo sicuro o in un luogo in cui dobbiamo difenderci. È per questo che la qualità del clima organizzativo si percepisce nell’aria che si respira nelle riunioni, nei silenzi dopo un conflitto, negli sguardi che si evitano o che si cercano.

Lavorare sul benessere reale delle persone significa avere il coraggio di entrare in questo spazio. Significa aiutare individui e team a riconoscere i propri confini, a dare voce a ciò che viene trattenuto, a fare domande che non servono a controllare, ma a creare sicurezza. Domande tipo “come stai davvero?” non sono per nulla banali. Aprono varchi in muri costruiti da anni di adattamento e di prudenza. E quando un varco si apre, anche piccolo, qualcosa comincia a muoversi. Ma serve anche il coraggio di ascoltare la risposta.
Nel nostro lavoro di consulenti, coach e formatori, cerchiamo di creare contesti in cui le persone possano rallentare, respirare, sentire ciò che accade dentro e tra loro, e solo da lì ripensare il modo in cui collaborano, decidono, guidano. È un lavoro che tocca il singolo, il team e l’organizzazione nello stesso tempo, perché questi tre livelli sono intrecciati più di quanto si pensi.

Quando questo tipo di lavoro viene fatto con cura, si apre la porta verso un terreno di possibilità: i conflitti possono diventare informazioni utili, i “sì” possono tornare ad essere veri, le persone possono recuperare energia perché non devono più spendere metà delle loro risorse per proteggersi. La collaborazione può diventare più semplice, non perché tutti sono d’accordo, ma perché c’è abbastanza fiducia per essere in disaccordo senza rompersi.
Il benessere organizzativo, in fondo, non è uno stato di perenne armonia. È la capacità di un sistema umano di attraversare tensioni, cambiamenti e difficoltà senza perdere contatto con sé stesso. È la possibilità di restare in relazione anche quando non è facile. È il respiro che continua a fluire anche quando il lavoro si fa intenso. E quando il respiro torna, torna anche la possibilità di lavorare insieme in modo più vivo, più sano, più vero.

Se leggendo queste righe hai riconosciuto qualcosa della tua organizzazione, forse è perché da qualche parte qualcuno sta “trattenendo il fiato”. Per questo siamo a disposizione per valutare insieme percorsi di consulenza e coaching che aiutino le persone a ritrovare presenza, energia e collaborazione.

a cura di Roberto Franzini, HRed Consultant